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29 settembre 2012 / francesco

Dello scrivere gratis e dei miei nemici

Il lancio della versione italiana dell’Huffington Post ha confermato i timori della vigilia: i blogger che scriveranno sul nuovo gioiellino della scuderia de L’Espresso non verranno pagati. A fronte di una richiesta di collaborazione, immagino non poco impegnativa (trattandosi della gestione di un blog dovrebbe avere una certa continuità…) viene offerta “visibilità”.
Questa “non-notizia”, in quanto ampiamente annunciata, ha ravvivato il dibattito sull’annosa questione che riguarda coloro che lavorano o aspirano a lavorare negli organi di informazione. Ovvero, se sia giusto o meno accettare proposte del genere nella prospettiva di “possibili” collaborazioni retribuite o nella speranza di acquisire una certà credibilità con i propri contenuti, credibilità da poter utilizzare poi in futuro.

Per sgombrare il campo da equivoci: la proposta dell’Huffington è indecente. Una corazzata del “progressismo” italiano non ha vergogna a far sapere pubblicamente che vuole fare soldi sul lavoro non retribuito (così, per il gusto della provocazione demagogica: Saviano in passato ha pontificato un po’ su tutto, avrebbe nulla da dire al riguardo?).

Detto ciò, passo al punto che più mi interessa. Io non sono un giornalista anche se ho avuto collaborazioni di tipo giornalistico (“retribuite” è in questo caso un mero eufemismo). Ed ho scritto gratis. Ho scritto gratis a fronte di un contratto co.co.pro., alla fine non rispettato, nella vaga prospettiva di ricevere 4 centesimi (lordi) a rigo. Ho scritto gratis per ottenere il fantomatico (e abbastanza inutile) tesserino da pubblicista (alla fine non arrivato). Ho scritto gratis perché credevo di essere di fronte ad una notizia che meritava ben altra sorte dei 6 lettori del mio blog, ed è per questo che è finita su di un quotidiano. Ho scritto gratis e non mi sento di consigliare a nessuno di farlo. Ma non mi va di sparare a zero, con sprezzo e sarcasmo, su chi oggi, per le motivazioni più disparate (ego, passione, gratificazione, competenze inespresse, volontà di trattare temi di nicchia e poco seguiti, desiderio di fare informazione libera e indipendente), accetta collaborazioni gratuite. Per me il nemico sta da un’altra parte.

Mettiamo che io faccia un colloquio (per una casa editrice, per un’agenzia di comunicazione, per un ufficio stampa, per la redazione di un sito internet, per una ong…)  e mi venga proposto uno stage di sei mesi non retribuito, con vaghe prospettive future. La percentuale che alla fine dei sei mesi mi mandino a casa è altissima. E io non mi posso permettere di lavorare sei mesi gratis. Dall’altra parte il mio interlocutore mi fa capire, in maniera più o meno esplicita: “fuori la porta c’è la fila… decidi tu”. Io non ho soluzioni, ma continuo a pensare che il mio nemico non sia il ragazzo fuori la porta ma chi mi fa il colloquio.

Soprattutto, nessuno mi venga a dire che anche per colpa mia, per il fatto di aver accettato di scrivere gratis, oggi i “colleghi” se la passino male. Io non mi sento d aver affossato i precari, né di essere stato un crumiro. I primi a far finta di non vedere per troppo tempo le condizioni di sfruttamento riservate a pubblicisti, e aspiranti giornalisti sono stati i professionisti (e sembra continuino a farlo). Ora ne paghiamo tutti le conseguenze. Forse, un po’, anche loro.

Carlo Gubitosa (che mi sembra, detto per inciso, un ottimo freelance), appellandosi a “chi scrive gratis tanto per farsi leggere”, dice:

Voglio dirti una cosa col cuore in mano: anche a me e’ capitato di scrivere gratis per questo maledetto prurito alle mani che mi perseguita da una ventina d’anni, e perche’ il piacere di pubblicare un editoriale su un quotidiano nazionale puo’ mettere in ombra il compenso che ne corrisponde. Ma poi ho cominciato a interrogarmi sulla responsabilita’ sociale delle mie azioni.
E sono arrivato alla conclusione che i ragionamenti come quello che fai tu, e che purtroppo ho fatto anche io in passato, hanno fatto crollare il valore della professione giornalistica negli ultimi 5 anni da 100 euro a pezzo (quanto prendevo io nel 2003 per scrivere articoli da freelance sul sito di un grande gruppo editoriale) a zero.

Mi verrebbe da dire, amaramente, “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Detto in altri termini, non posso fare a meno di notare una contraddizione palese.

Al di là di ciò, sono fortemennte convinto che il valore della professione giornalistica non si sia abbassato perché ci sono state persone che hanno scritto gratis, ma perché evidentemente, quelle persone, come lo stesso Gubitosa, hanno dimostrato con le loro competenze e la loro disinteressata passione per una informazione di qualità, quanto poco valessero molti dei cosiddetti professionisti. Perché hanno fatto il lavoro che avrebbero dovuto fare i professionisti. E l’hanno fatto meglio.

Ripeto e concludo: per me nessuno deve essere sfruttato e nessuno deve lavorare gratis. Ma per me, la domanda da porsi è un’altra: come far si che chi vuole fare questo mestiere non sia costretto ad accettare di lavorare gratis?

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