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11 gennaio 2012 / francesco

Iran-Israele: continua la guerra tra spionaggio, attentati e propaganda

In un attentato avvenuto questa mattina a Teheran è morto Mustafa Ahmadi-Roshan, 32enne docente di Industria del Petrolio presso la Sanati Sharif University e, soprattutto, impiegato presso l’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Natanz (impianto già noto alle cronache per aver subito un potente attacco informatico nel 2010 che ne avrebbe compromesso la funzionalità)

La dinamica dell’agguato (una bomba piazzata sulla fiancata della sua auto da due motociclisti) è molto simile a quella utilizzata per l’eliminazione di altri scienziati e tecnici coinvolti nel programma nucleare di Teheran.

Daryoush Rezaie, docente universitario e collaboratore dell’agenzia atomica iraniana, è stato ucciso a pochi passi da casa, caduto sotto le pallottole esplose da dei sicari in moto. Identici  gli attentati ai danni di Majid Shahriari, responsabile del progetto sui reattori nucleari e Ferydoun Abbassi Davani: bombe piazzate vicino le loro vetture da motociclisti subito dileguatisi. Il primo, Shahriari è rimasto ucciso, ferito invece Abbassi Davani, nominato in seguito direttore dell’Agenzia atomica nazionale.

Le morti sospette, in realtà, sono cominciate nel 2002 con l’esplosione nel complesso militare Shahid Hemat, a sud di Teheran, nella quale perse la vita l’ingegnere Ali Mahmoudi Mimand, uno degli artefici del programma missilistico iraniano. Queste azioni, secondo fonti Cia citate dal Daily Telegraph e riportate tempo fa da Peace Reporter, potrebbero essere ascritte al “programma decapitazione” portato avanti dal Mossad, i servizi segreti israeliani.

Un altro recente episodio controverso, in occasione del quale Israele ha mantenuto una posizione ambigua, è stata l’esplosione avvenuta a Bigdaneh, in una base dei Pasdaran, le celebri “guardie della rivoluzione“, a una quarantina di chilometri dalla capitale, nella quale sono morte 17 persone tra cui Hassan Moghaddam, descritto come uno dei pionieri del programma missilistico. “Ce ne vorrebbero di più di incidenti simili” fu il commento sibillino del Ministro della Difesa di Tel Aviv, Ehud Barak.

A voler essere malpensanti, si potrebbe sospettare che la “personale” guerra di Israele contro l’Iran, si stia sviluppando sia sul fronte interno che sul fronte esterno. Oltre alle dimostrazioni di forza nello stretto di Hormuz, più di una coincidenza fa pensare che dietro le azioni di intelligence finalizzate a sabotare il programma nucleare iraniano ci sia il Mossad. Nel frattempo, l’opinione pubblica interna può sentirsi rassicurata dall’aumento degli investimenti per la difesa.

Domenica, infatti, il primo ministro Benyamin Netanyahu, ha annunciato che non ci saranno tagli al budget per la difesa, anzi. Nel 2012 è previsto un investimento ulteriore di circa 700 milioni di dollari.

“Ho riflettuto sulla questione e sono arrivato alla conclusione che, visto quello che sta succedendo nella regione, tagliare le spese per la difesa sarebbe un errore, forse addirittura un grave errore”, ha dichiarato, alludendo non solo alle tensioni con l’Iran, soprattutto per il braccio di ferro nello stretto di Hormuz, ma anche ai nuovi assetti a seguito delle cosiddette “primavere arabe”.

“Qualsiasi persona di buon senso è in grado di vedere quello che sta succedendo attorno a noi”, ha aggiunto. “Tutti questi cambiamenti hanno implicazioni strategiche per la sicurezza nazionale di Israele e per la nostra capacità di affrontare nuove sfide e fonti di instabilità”. Una scelta operata in barba alla volontà di risparmio che aveva portato alla creazione della commissione guidata dall’economista Manuel Trajtenberg con lo scopo di capire come recuperare risorse da investire in politiche sociali.

Nel 2011 il bilancio della Difesa israeliana ammonta al 6% del Pil. Ogni anno Tel Aviv spende 14 miliardi di dollari per armamenti e personale, 3 dei quali forniti dagli Stati Uniti.

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