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20 dicembre 2011 / francesco

Kamalov, l’ennesimo giornalista ammazzato in Russia

Quello che si sta per chiudere è stato un anno relativamente tranquillo per i giornalisti in Russia: ne sono morti “solo” quattro. L’ultimo della lista è Khadzhimurad Kamalov, ucciso la sera del 15 dicembre a Makhachkala, la capitale del Dagestan, con una raffica di pallottole (quattordici, sei delle quali a segno) scaricatagli addosso all’uscita del suo ufficio. Un agguato firmato da un sicario con il classico colpo di grazia sparato in testa, come ha testimoniato il collega che lo accompagnava. La dinamica ricorda l’assassinio di una altro giornalista avvenuto in Dagestan lo scorso 8 maggio.

Kamalov lavorava per Chernovik, organo d’informazione distintosi per le sue inchieste contro la corruzione dei poteri locali e gli abusi delle forze di sicurezza. Il settimanale era stato da lui fondato nel 2003 e lo stesso Kamalov era riuscito in seguito a impedirne il fallimento e la chiusura grazie anche a personali sacrifici economici. L’omicidio si è consumato pochi minuti prima della mezzanotte, al termine della giornata che i giornalisti russi avevano dedicato a celebrare i colleghi assassinati: una beffa, un affronto, un’ulteriore minaccia alla redazione di Chernovik così come a tutti i giornalisti liberi che nella Russia della lotta al terrore islamista cercano di fare il loro mestiere senza accettare compromessi con il potere.

La Russia si conferma così uno dei luoghi più ostili alla libertà di informazione. E nella grande federazione l’area più turbolenta è senza dubbio il Caucaso, con il Dagestan, a fregiarsi del titolo di paese più pericoloso e violento d’Europa. Questa repubblica di poco più di due milioni di abitanti, situata tra la Cecenia a ovest e il Mar Caspio a est, è ormai incendiata dalla guerra tra Mosca e gli indipendentisti islamici che, stando ai dati forniti dalla BBC, nel 2010 ha lasciato sul terreno 378 vittime (in Cecenia sono state 127). Kamalov su questo tema si era molto esposto, soprattutto nell’attaccare i “metodi spicci” delle forze dell’ordine: e quindi la polizia locale e le forze speciali, tra cui quelle alle dipendenze dell’FSB, i Servizi federali della sicurezza, gli eredi del KGB, principali attori nella lotta al terrorismo. Stesso “terreno minato” sul quale hanno indagato anche Anna Politkovskaya e Natalia Estemirova, entrambe messe a tacere per sempre.

Kamalov aveva denunciato uccisioni, rapimenti, ritorsioni su presunti collaboratori e fiancheggiatori dei guerriglieri. Nel 2008, il giornale aveva dovuto affrontare due processi a seguito di alcuni articoli critici nei confronti dell’operato della polizia. In entrambi i casi il verdetto fu assoluzione. Nel 2009, il nome di Kamalov e della sua collaboratrice Nadira Isayeva – che nei giorni scorsi sul Guardian ha parlato di omicidio “previsto”  – rientrarono in una blacklist, diffusa in maniera anonima nella capitale, di presunti sostenitori dei terroristi. Ancora, in una corrispondenza risalente al luglio scorso, Kamalov descriveva come i militari avessero ucciso due civili e ferito due minori, sparando su dei veicoli sospetti nei pressi di in un villaggio nel distretto di Kizlyar. Si era esposto ancor di più partecipando egli stesso ad alcune manifestazioni contro gli abusi della polizia e per il rispetto dei diritti umani.

L’ultimo articolo di Kamalov, pubblicato postumo il 16 dicembre, riguarda le elezioni legislative dello scorso 4 dicembre nel distretto di Gunib. Kamalov descrive il pesante sostegno economico (cinque milioni di rubli) di alcuni politici e influenti personaggi locali (che definisce i “padroni del distretto”) a Abdulnasyr Chupanov, candidato che si è aggiudicato la maggioranza relativa dei voti al primo turno. Un sostegno occulto che ha penalizzato il parlamentare uscente, Daniyal Aliev che arrivato al terzo posto non ha avuto accesso al ballottaggio.

Insomma, tra le fila della politica non mancano i possibili nemici di Kamalov, e secondo Caucasus Report, questo potrebbe essere uno dei primi segnali di una lotta di potere interna finalizzata alla sostituzione dell’attuale presidente Magomedsalam Magomedov, con il quale, tra l’altro il giornalista aveva collaborato in qualità di sconsigliere economico. All’indomani dell’omicidio Magomedov ha accusato i “nemici della nazione” e non sembra plausibile un riferimento ai guerriglieri islamici, visto che il modus operandi delle loro azioni è totalmente differente.

Sono abbastanza remote le possibilità che si arrivi a scoprire la verità. Troppi i casi insoluti, con indagini condotte sommariamente e frettolosamente. Uno su tutti: l’omicidio di Anna Politkovskaya nel 2006. Ma come lei ce ne sono troppi che ancora chiedono verità e giustizia. Secondo il Committee to Protect Journalists, 53 degli oltre 70 giornalisti morti in Russia dagli inizi degli anni ’90, sono stati uccisi per ragioni connesse al loro lavoro. Sono stime molto probabilmente approssimate per difetto. Il database curato dalla Glasnost Defence Foundation e dal Centre for Journalism in Extreme Situations (aggiornato al 2010) conta oltre 300 tra giornalisti e operatori dell’informazione uccisi, scoparsi o morti in circostanze sospette.

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