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9 dicembre 2011 / francesco

Anat Kamm, ovvero Bradley Manning d’Israele

Il paragone non è azzardato, anche se il soldato Manning rischia molto di più della pena che la 24enne Anat Kamm ha iniziato a scontare dallo scorso 23 novembre nella prigione di Ramla. Quando è stata posta agli arresti domiciliari, a dicembre 2009, era una giornalista del portale Walla!. La sua vicenda è stata in un primo momento “silenziata” dall’ordinanza di un tribunale che ha impedito a qualsiasi organo di informazione di parlarne, evidentemente in ragione della delicatezza del caso. L’ordinanza in questione è stata rimossa a partire dall’aprile 2010, anche a seguito di un ricorso di Hareetz. Rimane il fatto che per quattro mesi una giornalista è stata tratta in arresto senza che si sapesse il perché, e alla stampa è stato impedito di riferire la notizia: no, non siamo in Cina, ma in Israele.

Di quale reato era accusata? Perché tanta segretezza?

Nel 2008, il giornalista Uri Blau su Hareetz pubblica alcune inchieste che mettono in luce procedure illegali messe in atto dall’esercito israeliano. Da una di queste emergeva che, per l’eliminazione “mirata” di alcuni militanti palestinesi, l’Idf aveva, consapevolmente, non rispettato un pronunciamento della Corte Suprema, datato 2006, il quale prevedeva il ricorso al targeting killing l’eliminazione diretta di presunti terroristi – solo come estrema ratio, solo nel caso in cui costituissero un pericolo concreto e in cui tutte le altre misure per “neutralizzarli” si fossero rivelate inutili. Blau aveva dimostrato, “carte alla mano”, che dal generale Yair Naveh era partito l’ordine per uccidere tre membri della Jihad Islamica. Comunque. Indipendentemente dal fatto che costituissero o meno un reale pericolo per la sicurezza e allo stesso tempo mettendo a repentaglio la vita di civili innocenti.

La fonte di Blau era stata Anat Kamm. Tra il 2005 e il 2007, la ragazza aveva svolto il suo servizio militare obbligatorio (si, in Israele la leva obbligatoria per uomini e donne dura 24 mesi). Per un periodo era stata impiegata nell’ufficio del generale Naveh, presso il Comando generale israeliano. E’ in questo modo che è venuta in possesso di oltre 2.000 documenti interni, alcuni dei quali altamente confidenziali. E su questi documenti si baseranno le inchieste di Blau.

Le accuse contenute negli articoli verranno smentite nel 2009 dall’allora procuratore generale di Israele, che, in sostanza, difese l’operato dell’esercito, affermando che quegli omicidi erano praticamente inevitabili. Dalle fonti on line non si riesce a capire se sia stata o meno avviata una inchiesta interna. La Kamm invece dovrà scontare 4 anni e mezzo, oltre ai due già passati agli arresti domiciliari. Le è andata bene: se fosse stata processata per aver attentato alla sicurezza nazionale avrebbe potuto beccarsi un ergastolo. Invece è stata condannata per il furto e la diffusione di documenti coperti da segreto. “C’erano alcuni aspetti delle procedure messe in atto dall’esercito di Israele che pensavo fosse giusto portare all’attenzione dell’opinione pubblica” ha dichiarato, aggiungendo: “Pensavo che far conoscere queste cose avrebbe determinato un cambiamento… Mentre masterizzavo i cd pensavo che la storia alla fine perdona coloro che denunciano i crimini di guerra“.

Non mi interessa capire se sia stata realmente mossa dall’etica o da più prosaiche ambizioni personali. Al di là delle motivazioni e delle intenzioni che l’hanno portata a fare quello che ha fatto, come Manning, la Kamm ha squarciato la segretezza che avvolge la “ragion di Stato”, sollevando dubbi – legittimi e necessari in un paese che si descive come la sola vera democrazia del Medio Oriente – su come operano le forze armate e sul rispetto dei diritti umani. Come Manning, il suo gesto porta a interrogarci sulle ragioni che sono alla base della segretezza del potere: fin dove è giustificata? Oltre quale limite diventa espressione della volontà di fuggire il controllo democratico esercitato da tutto ciò che oggi costituisce l’ecosistema dell’informazione? Come può essere riequilibrata dal diritto duplice a informare e ad essere informati?

Ho scelto la sua storia per celebrare, nel mio piccolo, il 10 dicembre, il giorno in cui si ricorda la firma della Dichirazione universale dei diritti umani. La sua storia, per parlare del diritto alla libertà di espressione e informazione sancito dal’articolo 19:

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

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