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14 ottobre 2011 / francesco

Privacy: dai social network agli smartphone, siamo sempre più tracciati

Una nuova ricerca scientifica conferma i timori inerenti la tutela dei dati personali on line: la maggioranza dei siti esaminati da uno studio condotto dall’Università di Stanford monitora i propri utenti e passa i dati a soggetti terzi che possono utilizzarli per crearne un profilo molto dettagliato. E con la diffusione degli smartphone la situazione va peggiorando

Il 61% dei 185 siti web analizzati, invia informazioni personali come username e indirizzo e-mail a soggetti terzi, chiaramente senza un consenso esplicito e consapevole degli utenti stessi. E non è escluso che queste informazioni, soprattutto in paesi extra europei con una legislazione più lasca sulla tutela dei dati personali, possano arrivare ad enti e agenzie goverative. La motivazione di tutto ciò sta nella possibilità di avere una conoscenza più approfondita dei navigatori, per proporre offerte commerciali più adeguate ai loro gusti.

Il presidente della Federal Trade Commission (ente Usa per la concorrenza e la tutela dei diritti dei consumatori), Jon Leibowitz, ha coniato il termine “cyberazzi“, per identificare questa specie di paparazzi digitali che “scattano” fotografie di quella che è la nostra “data immagine“, le impronte che ci lasciamo dietro durante le nostre navigazioni o durante tutte le attività che facciamo on line, dal prenotare il biglietto di un treno al comprare un libro su Amazon, fino a quando clicchiamo sul pulsante “mi piace” sotto il video del nostro musicista preferito.

Precedenti ricerche, come quelle condotte dall’italiano Alessandro Acquisti, hanno dimostrato come sia facile arrivare ad una serie di dati sensibili, partendo da alcune foto pubblicate on line e utilizzando un software di riconoscimento facciale.

Dal Pc ai mobile devices come smartphone e tablet, il monitoraggio e la profilazione degli utenti è un prcesso pressoché ininterrotto, anche grazie all’intervento delle compagnie telefoniche. Verizon, ad esempio, ha effettuato una modifica nelle sue privacy policy, in base alla quale, di default, gli url che vengono visitati, così come le informazioni di geolocalizzazione (ovvero, dove si trova il cellulare che si connette) verranno automaticatamente inviate ad aziende partner. Bisogna dunque intervenire per cambiare le proprie impostazioni di base se si vuole evitare tutto ciò. Ma quanti ne sono a conoscenza?

Ogni nostra attività on line va ad ingrassare la mole di dati archiviati da aziende come Facebook e Google. Facebook ad esempio mantiene traccia dei differenti computer dai quali ci logghiamo, “ricorda” gli eventi ai quali siamo invitati, conserva le nostre chat e i messaggi che cancelliamo. La storia di un utente medio, iscritto nel 2007, sta in un pdf di 880 pagine. Come ha dimostrato il gruppo austriaco Europe Vs Facebook, nel vecchio continente abbiamo il diritto di accedere alle informazioni possedute dal re dei social network (così come dagli altri). Ma non necessariamente a tutte. L’azienda di Zuckerberg infatti, si è rifiutata di comunicare alcuni dati, adducendo la ragione che la loro pubblicazione violerebbe il segreto industriale e i diritti di proprietà intellettuale.

Il problema della tracciabilità delle nostre navigazioni è di fatto una forma di controllo, paradossalmente accettata ben volentieri dai controllati.

“Pensate che è come quando in seguito a un acquisto il commesso di un centro commerciale comincia a seguirci e ad annotare quello che compriamo negli altri negozi per aspettarci all’uscita e farci un’offerta che proprio non possiamo rifiutare. Inquietante, no?”, scrive Arturo Di Corinto, giornalista, blogger e ricercatore che da tempo tratta queste tematiche.

Benché aumenti la consapevolezza su questi temi, sembra che la stragrande maggioranza degli utenti sia disposta a rinunciare a parte della propria riservatezza per poter condividere facilmente foto, documenti con amici e conoscenti, o addirittura per aver pubblicità mirate ai propri interessi. E come se on line cadessero alcune naturali diffidenze che ci impediscono ad esempio di rivelare il nostro numero di codice fiscale al primo sconosciuto che incrociamo.

Alcune aziende riescono a definire in maniera abbastanza circoscritta chi siamo, quali sono i nostri gusti, le attitudini al consumo, ma anche le nostre idee politiche, gli orientamenti sessuali, le informazioni sanitarie e sull’appartenenza etnica. lo ha ben dimostrato il giornalista del Time Magazine, Joel Stein, che con un’inchiesta sui propri dati sparsi on line, ha scoperto su di sé cose che neanche lui sapeva…

Se a ciò ci aggungiamo che la nostra “vita off line” è piena di cip e dispositivi capaci di immagazzinare e trasmettere informazioni che ci riguardano – dai bancomat, alle carte fedeltà delle grandi catene di distibuzione, dalla tessera sanitaria elettronica gli ogni presenti sistemi di video sorveglianza – ci rendiamo conto che la privacy e il diritto alla riservatezza sono sempre più una chimera.

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