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15 settembre 2011 / francesco

Sacconi non vede precari e disoccupati

“Il rapporto Ocse segnala che l’Italia ha saputo contenere la disoccupazione nella crisi, ancora ora molto inferiore alla media europea. Ci dice che gli ammortizzatori in deroga hanno protetto il reddito di molti. Consiglia di spendere per una indennità di disoccupazione più alta e, soprattutto, di sbloccare la nuova occupazione con contratti stabili attraverso la riforma dei licenziamenti. Sono buoni consigli che confermano le analisi e le proposte della Bce“.

Questo il breve commento del ministro delle Politiche socialiMaurizio Sacconi, ai dati diffusi oggi dall’Ocse nel suo rapporto sull’occupazione. Dunque, l’Italia ha saputo reggere alla crisi, il governo è riuscito a contenere gli effetti negativi sui redditi grazie alla Cassa integrazione ma per migliorare bisogna fare la riforma dei licenziamenti. Ovvero? Si riferisce forse all’articolo 18?

In effetti l’Ocse scrive: “Il Rapporto annuale sull’occupazione dell’Ocse suggerisce inoltre che anche se la legislazione restrittiva sui contratti da lavoro a tempo indeterminato potrebbe aver aiutato il paese a contenere l’impatto della recessione sul mercato del lavoro, nella fase attuale tale legislazione potrebbe scoraggiare le assunzioni, soprattutto con contratti permanenti, mettendo dunque a repentaglio la ripresa. Di conseguenza, per promuovere una più rapida creazione di posti di lavoro e ridurre il dualismo, si dovrebbe varare un’ampia riforma dei contratti di lavoro. Tuttavia, tale riforma dovrebbe essere rivolta, in particolare, a ridurre l’incertezza rispetto alle conseguenze del quadro regolamentare sugli esiti delle procedure di licenziamento”.

Va sottolineato, dunque, che la rigidità del mercato del lavoro, quella che potrebbe al momento disincentivare le nuove assunzioni, sarebbe allo stesso tempo il motivo per il quale l’Italia, più di altri paesi, è riuscita a contenere gli effetti negativi della crisi. Va aggiunto poi che, se il giudizio sulla Cig in deroga è positivo, complessivamente l’opinione sugli ammortizzatori sociali non è granché: “grandi riduzioni del reddito da lavoro individuale (per esempio in caso di perdita del posto di lavoro) tendono a tradursi in contrazioni di reddito disponibile famigliare superiori a quelle osservate negli altri paesi Ocse”. Tradotto:se perdi il lavoro in Italia il costo ricade prevalentemente sulla famiglia perché lo stato non ti aiuta a sufficenza. E quindi: “lo shock negativo sui redditi da lavoro subito da non pochi italiani durante la crisi si è probabilmente tradotto in un aumento del rischio di povertà e di difficoltà finanziarie”.

Al di là di questi che non sembtrano proprio dettagli, notiamo come Sacconi non abbia speso una parola sugli allarmanti dati che riguardano la disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni, cresciuta tra il 2007, ultimo dato pre crisi, e il 2010 di oltre 9 punti percentuali. Il picco è stato raggiunto nell’aprile del 2010: 28,9 %. Da allora la situazione è leggermente diminuita, e a luglio 2011 il dato si attesta al 27,6 %. Più penalizzate le donne, con una percentuale che arriva al 29,4%. Ovvero all’incirca il doppio rispetto a i 34 paesi aderenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Né tantomeno Sacconi commenta il dato sui giovani precari: nella stessa fascia d’età sono quasi la metà degli occupati (il 46,7%)in costante crescita: 42,3% nel 2007, 43,3% nel 2008 e 44,4% nel 2009. L’Ocse sottolinea inoltre che tra il primo trimestre del 2010 e il primo trimestre 2011 sono andatipersi 72.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. Complessivamente, il tasso di disoccupazione in Italia rimane inferiore di 0,2% alla media Ocse: 8 contro 8,2. Molto preoccupante anche il 48,5 % di disoccupati da più di un anno.

Dati particolarmenti significativi se incrociati con le rilevazioni che riguardano l’impatto delle riforme del mercato del lavoro. Proprio oggi viene presentato alla Cattolica di Milano uno studio curato da Cristina Tealdiassistant professor in Economia del lavoro all’Imt di Lucca, nell’ambito della “National Conference of Labour Economics“. Lo studio testimonia i precari passano sempre più da un contratto atipico ad un altro e si allontana sempre di più la stabilizzazione: “Nel 1995 il 30% dei lavoratori temporanei erano alla loro prima esperienza professionale e solo l’8% di questi transitava da un precedente contratto temporaneo. Nel 2003 appena il 3% dei lavoratori temporanei era alla prima esperienza lavorativa, mentre l’85% proveniva da un precedente contratto temporaneo. Dopo la prima esperienza lavorativa con un contratto temporaneo, nel 2003 il 90% dei lavoratori italiani sono stati assunti con un nuovo contratto temporaneo o hanno riempito le file della disoccupazione“.

“Uno dei risultati più importanti – ha spiegato la ricercatrice ad Avvenire – è che i lavoratori giovani, laureati (o con un livello educativo superiore) e alle prime esperienze lavorative, che avrebbero dovuto beneficiare delle riforme, sono invece coloro che oggi pagano il prezzo più elevato. A causa disalari più bassi e dei molteplici cicli di lavoro temporaneo e disoccupazione, infatti, queste categorie di lavoratori vedono il loro reddito notevolmente ridotto e sono fortemente penalizzati. Solo dopo aver maturato anni di esperienza lavorativa, infatti, i giovani, se sufficientemente produttivi, sono in grado di ottenere un contratto permanente e compensare le perdite sostenute a inizio carriera. Quelli meno produttivi, invece, sono destinati a essere assunti solo per brevi periodi con salari ridotti e finiscono con maggiore frequenza nelle fila della disoccupazione, godendo inoltre di una limitata protezione sociale”.

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