Skip to content
9 luglio 2011 / francesco

Colpe di stato

“Il calcio ha parecchio a che fare con questa storia”. Affollata e silenziosa la Piazza Antirazzista ascolta Filippo Vendemmiati, giornalista ferrarese, autore di “È stato morto un ragazzo”. Il documentario narra della morte di Federico Aldrovandi, a Ferrara, all’alba del 25 settembre 2005, e dei processi che ne sono seguiti. Federico aveva 18 anni, ed è morto dopo essere stato fermato da due pattuglie della polizia. Sabato 9 luglio, siamo ai Mondiali Antirazzisti di Castelfranco Emilia. Si parla di “Colpe di stato”, storie di abusi del potere, di violazioni dei diritti, ancora più gravi poiché commesse da coloro che, in una democrazia che si concepisce civile e avanzata, quei diritti dovrebbero tutelarli.  Il calcio si diceva: quella domenica, la stessa della morte di Federico, sulle curve dello stadio della Spal, Vendemmiati viene a sapere per la prima volta della vicenda grazie ad un amico –  “Vedrai, scriveranno che si è trattato di un malore” gli dice – dalle stesse curve alcuni mesi dopo si alzerà il coro “giustizia per Federico”. Da qui comincia la solidarietà di alcune tifoserie organizzate nei confronti della famiglia: alcuni tifosi saranno presenti a tutte le 37 udienze che porteranno alle 7 condanne, confermate di recente in appello, a carico di altrettanti poliziotti, 4 per eccesso colposo in omicidio colposo, 3 per depistaggio nelle indagini.

Dopo aver ricostruito “quella domenica mattina vigliacca, infame, bastarda ed assassina”, è lo stesso Lino Aldrovandi, il papà di “Aldro”, a sottolineare l’importanza del sostegno ricevuto da alcuni gruppi sportivi: i tifosi della Spal, della Roma, della Cavese, del Brescia, quelli della Fortitudo Bologna e dell’Air Avellino. Una solidarietà dimostrata con iniziative negli stadi e nei palazzetti della pallacanestro, petizioni, lettere alla famiglia e centinaia di messaggi al blog. Quel blog grazie al quale Patrizia, la madre del ragazzo, a partire dal primo post nel gennaio 2006, è riuscita a bucare il silenzio dell’informazione e di fatto ha contribuito alla riapertura delle indagini. Parlare di Federico per “parlare di legalità, tolleranza e solidarietà. Quale luogo migliore di questo, dei Mondiali Antirazzisti, per farlo?”.

“Aldro” come Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva. Aldro come Paolo Scaroni, anche lui presente al dibattito insieme al suo amico e accompagnatore Diego Piccinelli. Anche Paolo ha subito una violenza ingiustificata, ma a differenza degli altri è ancora vivo. La sua vita è cambiata tragicamente 8 ore prime della morte di Federico. Il 24 settembre 2005, lui, ultrà del Brescia, è in trasferta a Verona. Dopo la partita i tifosi ospiti vengono scortati in stazione, dove si scatena l’inferno: 3 cariche violente, 32 feriti, e Paolo con la testa fracassata che di lì a poco entrerà in coma e vi rimarrà per 64 giorni. Oggi ha 34 anni e il 100% di invalidità civile. Anche lui si è dovuto scontrare contro tentativi di depistaggi e insabbiamenti e l’indifferenza dei media: oggi, 8 poliziotti sono sotto processo e la sua storia comincia a ricevere l’attenzione anche dei grandi organi di informazione. “Ho visto alcune mie vecchie foto – dice – e sono scoppiato in lacrime come un ragazzino. Ho perso tutti i ricordi della mia adolescenza”. Nessuna generalizzazione, nessun pregiudizio contro le forze dell’ordine, lo ribadiscono tutti, perché se c’è stato chi ha nascosto, c’è stato anche chi ha aiutato e sta aiutando a raggiungere la verità. Tuttavia, “la teoria delle mele marce non funziona più – dice Vendemmiati – troppe storie simili indicano un sistema profondamente malato”. “Basta con la violenza di chi usa la divisa per calpestare i diritti. Basta con il ‘rambismo’ e l’omertà” è l’appello di Aldrovandi.

Dagli stadi alle strade, la “costruzione” dei soggetti devianti si accompagna alla logica della repressione: la tristemente famosa tolleranza zero, quasi una patente di agibilità per usare le maniere forti. In un paese più volte bacchettato dagli organismi europei per non aver introdotto il reato di tortura: “Un reato – ricorda Chiara Lambertini di Amnesty International che modera l’incontro – non prescrivibile. Le persone che commettono queste violenze vanno incontro a pene irrisorie mentre i processi rischiano sempre di sfumare nella prescrizione”. Queste vicende dopo tante difficoltà sono venute alla luce, grazie alla tenacia delle famiglie, ma quante non hanno avuto la stessa sorte? Il pensiero corre subito ai senza voce, ai senza diritti, primi fra tutti i migranti. Perché, conclude Vendemmiati, “se Federico fosse stato un giovane immigrato probabilmente di questa storia non avremmo saputo nulla”.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: