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8 dicembre 2010 / francesco

Quotidiani in crisi: dal The Daily alle “social news”, qualcosa si muove

Rupert Murdoch non è certamente uno sprovveduto. Avrà le sue buone ragioni dunque, nel voler puntare su di un quotidiano a pagamento, realizzato esclusivamente per l’iPad. Il successo o meno del The Daily, che dovrebbe fare la sua entrata nel mercato dell’editoria digitale all’inizio del 2011, potrà dare alcune indicazioni su possibili modelli di business vincenti per l’industria dei quotidiani, ad oggi martoriata da una crisi apparentemente irreversibile. Le cause? Di natura economica, certo, ma alla base c’è il drastico ridimensionamento dell’importanza del “medium giornale” all’interno del consumo di informazione. Soprattutto tra le giovani generazioni.

La scommessa del The Daily si basa sull’assunzione che a strumenti di comunicazione diversi corrispondono diversi modelli di consumo. Ed allora, se è vero che è molto difficile mutare le modalità di interazione degli utenti con il web, la loro abitudine ad accedere a contenuti free, è altrettanto vero che per come sono realizzati, strumenti come l’iPhone, l’iPad o il Kindle, mettono l’utente di fronte ad un ambiente in cui sembra facile e “conveniente” pagare per aver accesso a contenuti. Questo perché non si vende un semplice contenuto, bensì l’utilizzo di un servizio a valore aggiunto.

Il mercato delle applicazioni per smartphones e tablet pc è in espansione. E il settore delle “news-apps”, strumenti software per leggere e organizzare le informazioni, è quello che cresce in maniera più veloce. Bisogna capire, però, se gli utenti saranno disposti a pagare per un prodotto figlio di un’era pre-web: per quanto potrà essere arricchito da contenuti multimediali specifici, e dalla possibilità di alcuni aggiornamenti durante l’arco della giornata, sarà pur sempre un “vecchio” giornale. Potrebbe essere l’uovo di colombo, la soluzione per dare un minimo di stabilità alle entrate e per sganciarsi dalle fluttuazioni del mercato pubblicitario. O potrebbe essere un ulteriore passo falso della News Corporation, come quelli fatti con il Times e il The Sunday Times, giornali britannici passati al “paywall” che hanno perso dalla sera alla mattina centinaia di migliaia di utenti.

Si tratta ad ogni modo di una novità importante, una sperimentazione che smuove le acque e rianima il dibattito su come reinventare l’industria dell’informazione. Soluzioni all’orizzonte non sembrano essercene, proposte valide però si. Gli esperti concordano sul fatto che la carta non scomparirà, vista la sua ineguagliabile praticità di utilizzo. Ma una strategia vincente dovrà necessariamente integrare in maniera ottimale giornale cartaceo, sito web e diffusione multipiattaforma. Come abbiamo detto, per i mobile devices c’è qualche probabilità di cavalcare l’onda dell’espansione del mercato delle applicazioni. E non è escluso che alcuni gruppi editoriali possano accordarsi anche con le compagnie di telefonia mobile per elaborare formule in bundle. Sul web, oltre a capire quali contenuti è meglio veicolare e quali invece riservare alla diffusione su carta, è importante anche saper usare i social media, per interagire con i lettori e conquistare la loro fiducia. Anche in questo caso, alcune idee arrivano dagli Stati Uniti. Il New York Times, ad esempio, ha lanciato su Twitter canali specifici per aree tematiche, una scelta che consente una interazione personalizzata ed una maggiore definizione degli interessi dei lettori. E sappiamo quanto ciò sia ricercato dagli inserzionisti. Sempre al di là dell’Atlantico, alcuni quotidiani, nazionali e locali, stanno lanciando applicazioni specifiche per Facebook. Dobbiamo constatare che il panorama italiano è alquanto statico, o comunque scarsamente innovativo.

Grazie ai social network, l’informazione on line diviene principalmente discussione e condivisione. I giornali allora devono essere sempre più trasparenti, favorendo l’accesso alle fonti on line, fungendo da aggregatori e selezionatori di contenuti validi, e indicando i link per approfondire. Da questo punto di vista, si muove qualcosa anche da noi, come dimostra l’esperimento del Post di Luca Sofri, ma la sua sostenibilità economica è ancora tutta da dimostrare. Lo ripetiamo: le strade da percorrere sono molteplici e vanno affrontate in un approccio integrato.

La trasformazione in atto coinvolge, infine, la stessa funzione del giornalista, ed è un punto che l’industria deve tener ben presente. Il giornalista non è più il vettore privilegiato per la trasmissione delle informazioni tra le fonti e il pubblico ma un professionista capace allo stesso tempo di facilitare l’accesso ai dati grezzi e di presentarli in maniera organica, di contestualizzarli, nonché un comunicatore in grado di saper fidelizzare e gestire una community. Il successo di molti blogger, firme di punta di grandi quotidiani on line, sta li a dimostrarlo.

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