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16 giugno 2010 / francesco

La classe operaia va (ancora) in Paradiso

Verrebbe da chiedersi chissà cosa staranno pensando i teorici del post-fordismo. Cosa avranno da dire i cantori del “terziario avanzato” oggi che sulle prime pagine dei giornali italiani si parla di una battaglia sindacale, operaia, per dieci minuti in più o in meno per la pausa pranzo? Ai più forse può sembrare una particolare di scarso rilievo. Che sarà mai, lavorare per sette ore e mezza di fila in catena di montaggio…

Paradossi di un’epoca che evidentemente ancora abbiamo difficoltà a definire per quel che è e non per quel che dovrebbe essere. Il “post industriale” rischia di produrre, oggi in Italia, giugno 2010, una realtà “vetero-industriale”, figlia della globalizzazione al ribasso.
Su Repubblica si è rispolverato il taylorismo, il primo approccio teorico alla catena di montaggio elaborato ad inizio del Novecento. Oggi si chiama wcm, world class manufacturing, ma è più o meno la stessa cosa: razionalizzare al massimo i tempi di lavoro per ottimizzare la produttività. Ritornano in auge anche i cronometristi, quelli che misurano le prestazioni degli operai. Ovviamente con tecnologie più moderne e avanzate rispetto a quarant’anni fa. Sembra tuttavia una discussione che ci fa fare un salto indietro nel tempo, e la memoria corre inevitabilmente all’insopportabile camice bianco con orologio e taccuino ne La classe operaia va in paradiso, e alla trans agonistica dello stakanovista Lulù, ineguagliabile Gian Maria Volontè, nel suo rapporto con la macchina.

Ormai, si è chiuso il cerchio. Prima si delocalizzava dove il costo del lavoro era più basso e minori i diritti dei lavoratori. Ora la minaccia della delocalizzazione è lo strumento per abbassare qui, in Occidente, il costo del lavoro e la tutela dei diritti. Lo hanno notato in molti, ma è bene ricordarlo: la vicenda della Fiat di Pomigliano costituisce un precedente pericoloso. E purtroppo, il risultato del referendum tra le tute blu appare scontato. Quale reale possibilità di scelta ha un operaio che rischia il posto in Campania?

Per i “riformisti” l’atteggiamento della Fiom è ideologico, e l’Italia è un paese che non sa cambiare. Dicono: in America, Marchionne è ben visto da Obama, e salva posti di lavoro anche grazie alla disponibilità dei sindacati. Perché quello che vogliono è un sindacato sul modello statunitense, e la Cisl, la Uil e le altre sigle che hanno accettato l’accordo ce la stanno mettendo tutta per raggiungere questo obiettivo. Sappiamo quali sono state le concessioni dei sindacati canadesi e statunitensi per il salvataggio della Chrysler: tagli ai salari, alle pensioni e all’assistenza sanitaria integrativa, in cambio di azioni.

Qualcosa è cambiato da quando Elio Petri girava quel capolavoro, certo. Lì c’era uno studente, ugualmente insopportabile, che ogni mattina aspettava gli operai davanti ai cancelli. Con un megafono gli ricordava impietoso che per loro stava per cominciare l’ennesima giornata senza sole. “Entrate all’alba e uscirete che fuori è già buio”, gli diceva. Sotto lo sguardo sarcastico di Petri appariva come lo stereotipo dello studente fuori corso, inconcludente e parolaio. E anche fisicamente, sembrava un piccolo Marx, tarchiato e barbuto. In quegli anni, però, fuori dalle fabbriche c’erano anche gli studenti. Ed è bene ricordarlo. Forse allora la battaglia di Pomigliano sarebbe stata sostenuta convintamente dagli studenti, dagli insegnanti, dagli statali. Dai partiti. Oggi la realtà più deprimente è il totale isolamento dell’unica forza sindacale che prova ad arginare la recessione dei diritti che sta investendo il lavoro, l’unico corpo sociale intermedio che abbia ancora una qualche rilevanza e una propria autonomia nel conflitto sociale.

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