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25 febbraio 2010 / francesco

La condanna di Google e i rischi per la libertà in rete

Il giudice monocratico della quarta sezione penale di Milano, Oscar Magi, ha condannato a sei mesi, con pena sospesa, David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italy e ora senior vicepresidente, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy e ora in pensione, e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l’Europa di Google Inc.

I tre sono stati riconosciuti colpevoli di non aver rispettato il codice italiano sulla privacy. Tutti assolti invece per l’altro capo di imputazione, la diffamazione, contestata anche a Arvind Desikan, responsabile del progetto Google Video per l’Europa

Immediata e dura la presa di posizione dell’ambasciatore americano a Roma David Thorne “Siamo negativamente colpiti- afferma-dall’odierna decisione di condanna di alcuni dirigenti della Google inc. per la pubblicazione su Google di un video dai contenuti offensivi. “Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale – sotolinea l’ambasciatore – non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider”.

”Il principio fondamentale della libertà di internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore”, afferma Thorne richiamando le affermazioni del  segretario di Stato Hillary Clinton:”Internet  libero è un diritto umano inalienabile che va tutelato nelle società libere”. “In tutte le nazioni – conclude il comunicato dell’ambasciatore Usa – è necessario prestare grande attenzione agli abusi; tuttavia, eventuale materiale offensivo non deve diventare una scusa per violare questo diritto fondamentale”.

Il video venne rimosso per l’intervento della polizia
I fatti risalgono al 2006, quando su Google Video venne caricato un filmato girato con un cellulare in una scuola di Torino, nel quale si vedeva un ragazzo disabile malmenato e deriso dai compagni, che si “dilettavano” anche ad inneggiare al fascismo e alle SS. Il video, girato a maggio, è stato messo on line l’8 settembre e vi è rimasto fino al 7 novembre, quando, a seguito della segnalazione della polizia è stato rimosso. La ragazza responsabile di aver diffuso il filmato è stata condannata a 10 mesi di lavori al servizio della comunità, mentre dopo le prese di posizione dell’azienda, la famiglia del ragazzo aveva ritirato la querela. Il processo è andato avanti e il comune di Milano e l’associazione ViviDown si sono costituite come parti civili.

“Ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet”, scrive sul blog di Google, Matt Sucherman vicepresidente e membro del consiglio generale dell’area Europa, Medio oriente e Africa. Fino ad oggi il meccanismo standard è stato quello della “segnalazione e rimozione”. “Se questo principio viene meno – aggiunge Sucherman – e siti come Blogger o YouTube sono ritenuti responsabili di un attento controllo di ogni singolo contenuto caricato sulle loro piattaforme – ogni singolo testo, foto, file o video – il Web come lo conosciamo cesserà di esistere, e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici ad esso connessi potrebbero sparire”.

Annunciato ricorso in appello

Per i pm Francesco Caiani e Alfredo Robledo, invece, la sentenza farà riflettere: “Il diritto di impresa non può prevalere sulla privacy e sulla tutela dei diritti della persona”. Secondo Giuliano Pisapia, uno dei legali degli imputati che hanno annunciato di voler  ricorrer in appello, non essendo stata accolta l’ipotesi del reato di diffamazione non è passato il principio dell’ “l’obbligo giuridico di un controllo preventivo di cosa viene immesso in rete”.

Per Guido Scorza, avvocato esperto in materia, “la sensazione è che la decisione dica più o meno che i ferrovieri dovrebbero rispondere di illecito della privacy se consentono che i viaggiatori, parlando magari ad alta voce, raccontino fatti o episodi suscettibili di ledere l’altrui privacy”. La condanna inoltre contrasterebbe con la direttiva europea sul commercio elettronico che esenta gli internet service providers dall’essere responsabili dei contenuti diffusi dagli utenti. Sul punto tuttavia ci sono pareri diversi. Stefano Quintarelli, curatore di un blog molto seguito su questi temi, tempo fa ha notato come non fosse impossibile una condanna per violazione della privacy. Google non è tecnicamente un internet service provider, un semplice “tubo” per trasportare dati e la direttiva sarebbe comunque datata, perché approvata nel 2000 quando ancora non si parlava di user generated content. Secondo Quintarelli l’errore che potrebbe aver commesso Google “è stato non chiarire nelle condizioni del servizio che alcuni tipi di video non possono mai essere caricati, trattandosi di trattamento personale di dati sensibili”.

Quella della responsabilità dei cosiddetti intermediari è una questione ampiamente dibattuta. In fondo è la filosofia sulla quale si basa il decreto Romani, nella parte che riguarda i gestori delle piattaforme multimediali, e che vorrebbe omologare per obblighi e responsabilità

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