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18 dicembre 2009 / francesco

La Gaza Freedom March ad un anno da “Piombo Fuso”

Oltre 1.400 morti e 5.000 feriti. Sono questi i numeri dell’operazione Piombo Fuso, condotta dall’esercito israeliano contro la Striscia di Gaza. Ad un anno esatto dall’inizio delle operazioni, il prossimo 27 dicembre partirà la Gaza Freedom March, una manifestazione organizzata da una coalizione internazionale che chiede la fine dell’isolamento della Striscia e che punta a portare un messaggio di solidarietà alla popolazione palestinese.

Migliaia di attivisti si sono dati appuntamento al valico di Rafah, al confine con l’Egitto. Il 31 dicembre invece migliaia di palestinesi provenienti dalla Cisgiordania cercheranno di entrare a Gaza dal confine di Herez. Domani alle 11, a Roma presso la sala stampa del palazzo dei Gruppi Consiliari del Comune di Roma è prevista la conferenza stampa per presentare i dettagli dell’iniziativa. 140 i volontari italiani che parteciperanno, come fa sapere il Forum Palestina.
“È giunto il momento di agire! – scrivono gli organizzatori, la Coalizione internazionale per la fine dell’assedio illegale di Gaza – Il 31 dicembre 2009 concluderemo l’anno marciando al fianco del popolo palestinese di Gaza in una manifestazione nonviolenta per rompere il blocco illegale. Il nostro scopo in questa marcia è rompere l’assedio di Gaza. Chiediamo che Israele ponga fine al blocco. Chiediamo anche all’Egitto di aprire la frontiera di Gaza a Rafah. I palestinesi devono avere la libertà di viaggiare per motivi di studio, di lavoro, e di cura e anche di ricevere visitatori provenienti dall’estero.
L’operazione Piombo Fuso nacque in risposta al lancio di razzi Qassam sulle città israeliane al confine con la Striscia. Tre settimane di bombardamenti a tappeto di certo non troppo “chirurgici” (non risparmiarono, scuole, ospedali e sedi delle Nazioni Unite). Una risposta militare totalmente sproporzionata, portata avanti anche con armi vietate dalle convenzioni internazionali, come dimostrarono le inchieste giornalistiche che accertarono l’utilizzo di munizioni al fosforo bianco sulla popolazione. Un’operazione, lo ricordiamo, che ha procurato la recente richiesta d’arresto per l’ex ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, oggi alla guida del partito di opposizione Kadima, emessa da una corte inglese.

Intanto, ieri, il New Weapons Research Group, un centro di ricerca indipendente sulle nuove armi con base in Italia, ha reso pubblici i risultati di una ricerca sulla presenza di metalli tossici sul suolo di Gaza. La ricerca ha analizzato la concentrazione di metalli nocivi all’interno di 4 crateri causati dai bombardamenti israeliani, due risalenti agli attacchi del 2006 e due relativi al gennaio 2009. La ricerca ha confrontato questi dati con quelli di un rapporto del 2005 sulla presenza di metalli nel terreno realizzato con un campionamento di 170 luoghi. L’analisi ha accertato la presenza di alte concentrazioni di metalli tossici nel terreno dei crateri: tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto. In sostanza, a causa dei bombardamenti, Gaza è contaminata e la presenza di questi metalli può avere effetti devastanti sulla popolazione, già provata e stremata dalle precarie condizioni di vita: tumori, problemi di fertilità e gravi effetti sui nuovi nati, come malformazioni e patologie di origine genetica. “Il nostro studio – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, ed è portavoce del New Weapons Research Group – indica una presenza anomala di elementi tossici nel terreno. Occorre intervenire subito per limitare le conseguenze della contaminazione su persone, animali, e colture. Occorrono strategie di sostegno per le persone contaminate. Auspichiamo che le indagini fino ad ora svolte dalla commissione Goldstone, voluta dalle Nazioni Unite, vadano oltre l’analisi del rispetto dei diritti umani, e prendano in considerazione e gli effetti sull’ambiente provocati dall’uso di varie tipologie di bombe e le ricadute sulla popolazione nel tempo”.

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