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26 novembre 2009 / francesco

Maroni e il controllo della rete

Martedì scorso, a Venezia, a conclusione della Cimo, la Conferenza dei ministri dell’Interno dei Paesi del Mediterraneo Occidentale, il ministro Roberto Maroni ha espresso la volontà di “impedire la presenza di siti internet che fanno apologia del terrorismo e la fruizione e diffusione telematica di documenti audio e video di natura estremista”.

La conferenza ha coinvolto i rappresentanti di 10 paesi(Spagna, Portogallo, Francia, Italia, Malta, Marocco, Tunisia, Libia, Algeria e Mauritania) più la Commissione Europea in veste di osservatore.  “Abbiamo deciso – ha dichiarato il ministro – di unire gli sforzi per prevenire la radicalizzazione ed il reclutamento dei terroristi ed impedire l’uso a fini terroristici delle nuove tecnologie di informazione come internet”. “Una decisione importante – ha aggiunto – che ci impegna a collaborare per oscurare i siti attraverso lo scambio di informazioni tra i 10 Paesi, impedendo la diffusione dell’ideologia terrorista, il reclutamento e la raccolta dei finanziamenti”.

Non stiamo qui a fare un processo alle intenzioni. Non c’è alcun provvedimento concreto e il nostro obiettivo è quello di sollevare delle legittime (a nostro avviso) perplessità, visti anche i recenti tentativi della maggioranza di regolamentare la libertà di espressione in rete. Tentativi che non si sono di certo distinti per una visione “progressista” di ciò che è la rete e di come funziona.

Già la “diffusione telematica di documenti audio e video di natura estremista” è un concetto estremamente vago che, all’atto pratico di definizione di un eventuale trattato, andrebbe definito in maniera il più possibile  inequivocabile. Anche perché andando a scorrere i paesi che fanno parte della Cimo, non può non risaltare la Libia. Se la decisione presa a Venezia dovesse avere un seguito, sarebbe il caso di interrogarsi sulle implicazioni che potrebbe avere in termini di rispetto dei diritti umani in un paese che da questo punto di vista di certo non eccelle. Si tradurrebbe in un ulteriore strumento nelle mani di Gheddafi per mettere a tacere qualsiasi voce dissidente.

Bisogna poi considerare che un accordo transnazionale del genere potrebbe costituire un precedente, e potrebbe essere applicato in altre aree macro regionali difficili. Pensiamo a tutti quei paesi dove legittime rivendicazioni di importanti minoranze etniche sono spesso accompagnate da fenomeni di violenza. Si pensi alla Turchia e alla questione curda, ma anche alla Cina. C‘è da dire inoltre che se la Cimo dovesse diventare, come nel disegno di Maroni, un organo di controllo sulle comunicazioni internet dei dieci paesi che ne fanno parte, costituirebbe di fatto un affronto a quegli organismi internazionali, come l’Onu e il Consiglio d’Europa che da tempo sono impegnati in un tentativo di armonizzazione delle leggi che riguardano la rete.

Infine, concludiamo con una domanda. Sembra che l’approccio della politica, non solo italiana, alla rete, sia sempre animato da una tendenza al controllo. Ci chiediamo, quando invece si svilupperà una riflessione seria su di una carta dei diritti della rete? Un progetto sottoscritto ad esempio dal giurista Stefano Rodotà e che meriterebbe un endorsement politico importante e convinto.
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